Lo chiamavano tutti il Vecchiarello.

Nessuno ricordava più il suo vero nome. In paese era diventato semplicemente così: un soprannome nato con affetto, come succedeva una volta nei piccoli borghi di mare, quando le persone venivano riconosciute più per quello che rappresentavano che per ciò che era scritto sui documenti.

Aveva il viso segnato dal sole e dal vento.

Le mani raccontavano una vita intera passata tra reti, ami e barche tirate a riva all’alba.

Ma la cosa che colpiva di più non erano le rughe.

Era il suo sguardo.

Uno sguardo di chi aveva visto il mare cambiare, ma non aveva mai smesso di amarlo.

Ogni mattina, quando ancora il paese dormiva, il Vecchiarello era già lì.

Seduto sul suo vecchio sgabello vicino alla scogliera, con la canna tra le mani e il thermos del caffè accanto.

I giovani pescatori arrivavano con le loro attrezzature moderne: canne leggere, mulinelli sofisticati, esche studiate nei minimi dettagli.

Lui li osservava sorridendo.

“Avete tutto quello che serve per pescare” diceva.

Poi guardava il mare e aggiungeva:

“Adesso dovete solo imparare ad ascoltarlo.”

Il Vecchiarello non aveva fretta.

Non inseguiva più il pesce da record.

Non cercava la foto da pubblicare.

Per lui la pesca era diventata qualcosa di diverso.

Era un appuntamento.

Un modo per salutare il mare ogni giorno.

Diceva sempre:

“Quando vengo qui non so mai cosa porterò a casa. Ma so sempre cosa lascerò: un po’ dei miei pensieri.”

Una mattina arrivò sulla scogliera un ragazzo giovane.

Aveva una canna nuova di zecca e tanta voglia di imparare.

Guardò il Vecchiarello per qualche minuto e poi gli chiese:

“Ma lei pesca ancora con questa vecchia attrezzatura? Ormai ci sono strumenti molto più moderni.”

Il vecchio sorrise.

Prese in mano la sua canna consumata dal tempo e rispose:

“Questa canna ha visto più albe di quante ne vedrai tu. Mi ha fatto compagnia quando il mare era generoso e quando tornavo a casa senza niente.”

Poi fece una pausa.

“Le attrezzature nuove possono aiutarti a prendere un pesce. Ma è il tempo passato sul mare che ti insegna a diventare pescatore.”

Quel giorno il mare sembrava immobile.

Nessun segnale.
Nessuna grande cattura.

Solo il rumore delle onde e il profumo della salsedine.

Il ragazzo, dopo ore di attesa, iniziò a perdere la pazienza.

“Secondo lei vale la pena stare qui tutto questo tempo anche se non si prende nulla?”

Il Vecchiarello guardò l’orizzonte.

Sorrise.

“Quando ero giovane venivo qui per prendere pesci.”

“Poi ho capito che venivo qui per trovare me stesso.”

Nel pomeriggio il vecchio raccolse lentamente le sue cose.

Prima di andare via si fermò un’ultima volta davanti al mare.

Il ragazzo lo guardò e gli chiese:

“Qual è stato il pesce più grande che ha mai preso?”

Il Vecchiarello rimase in silenzio per qualche secondo.

Poi sorrise.

“Quello che mi ha fatto tornare il giorno dopo.”

Il giovane non capì subito quelle parole.

Le avrebbe capite anni dopo.

Perché il vero pescatore non è quello che misura la propria vita con i chili di pesce catturato.

È quello che conserva dentro di sé il rumore delle onde, i colori dell’alba, le storie degli amici e tutte quelle mattine in cui il mare gli ha fatto compagnia.

Il Vecchiarello quel giorno tornò a casa senza una grande cattura.

Ma aveva avuto ancora una volta quello che cercava.

Un momento insieme al suo mare.

E per un vero pescatore, non esiste bottino più prezioso.


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